Espressioni Liberty in ferro battuto. Mazzucotelli, Gambini e Sommaruga

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Data/Ora
Date(s) - 09/12/2019 - 19/12/2019
Tutto il giorno

Location
Antichi Magazzini del Sale di Cervia

Categoria(e)


Mostra documentaria con disegni e ferri battuti originali.

Si svolgerà ai Magazzini del Sale Cervia dal 9 al 19 dicembre 2019.

ESPRESSIONI LIBERTY IN FERRO BATTUTO
Mazzucotelli, Gambini e Sommaruga

Tre protagonsiti dell’arte Liberty nel ferro batuto si raccontano con le loro opere più lodevoli in una rassegna curata da Andrea Speziali e organizzata dall’associazione Italia Liberty in Romagna.

ingresso gratuito.

APPROFONDIMENTO: www.italialiberty.it

>>Cervia propone “Espressioni Liberty in ferro battuto. Mazzucotelli, Gambini e Sommaruga” dal 9 al 19 dicembre 2019. Una spettacolare mostra ai Magazzini del Sale, ampia indagine sull’arte Liberty italiana incentrata sull’artigianato del ferro battuto.

Tre sezioni che vedono riunite quasi cento opere: suggestive fotografie d’epoca e attuali, sculture in ferro battuto, progetti architettonici e decorativi, selezionatissimi prestiti provenienti da straordinarie Collezioni private. Molti di questi prestiti sono frutto dei più recenti studi e escono dalle collezioni mostrandosi al grande pubblico per la prima volta.

Ogni sezione della mostra – dedicata ai tre autori protagonisti: Alessandro Mazzucoletti, Silvio Gambini e Giuseppe Sommaruga – mette in luce l’alternanza tra i due volti del Liberty italiano: quella propriamente architettonico e quello scultoreo tra una manifattura floreale nell’opera di Gambini e Mazzucoltelli come la lampada delle libellule e quella “modernista”, più inquieta e vicina a influenze europee a firma di Giuseppe Sommaruga.

 

“All’interno della corrente artistica Art Nouveau, contraddistinta con il termine Liberty, modernista o stile floreale in Italia – anticipa il Curatore Andrea Speziali – ho voluto porre i riflettori sull’artigianato di questa seducente arte focalizzando l’attenzione sul ferro battuto che ancora oggi vede sopravvissuti pregiati manufatti a partire dalle cancellate delle ville, ai ferri decorativi di villini e palazzi. In mostra anche testimoni anche di cancellate in ferro battuto demolite durante la guerra per la fabbricazione di armi. Si tratta di una prima esposizione che va ad indagare le molteplici sfaccettature dell’arte Liberty nel ferro battuto con il susseguirsi di altre date in cui approfondire da vicino con simbolici esempi dello stile le arti applicate, grafiche, pittoriche, scultoree e architettoniche”.

 

Il percorso della mostra si sviluppa secondo una scansione di soggetti quali manufatti decorativi in ferro battuto per interni ed esterni. I tre autori Alesandro Mazzucotelli, Silvio Gambini e Giuseppe Sommaruga entrano in sinergia tra di loro come progettisti e realizzatori diretti dei ferri battuti per la decorazione d’architettura.

Una chiave inconsueta che rivela, entrando nel vivo del “fare” e nella mente dell’artista, la vera essenza concettuale e espressiva del Liberty, un movimento, una tendenza e una moda che, a distanza di più di cento anni, non ha ancora esaurito il suo potere seduttivo.

La mostra “Espressioni Liberty in Ferro battuto” organizzata dall’associazione Italia Liberty intende quindi dare il giusto valore all’artigianato del ferro battuto, <<un’arte aimè in via di estinzione>> commenta il curatore. Infatti ci sarà anche un workshop con un artigiano che spiega la lavorazione del ferro battuto cercando di dialogare con il fruitore comune sulla difficoltà odierna nel realizzare certi manufatti, come ad esempio lo scalone in ferro battuto di Palazzo Castigioni, tra i più belli e prestigiosi di Milano o le foglie, api e farfalle di Mazzucotelli fino alle libellule nelle lampade di Gambini, quest’ultimo una riscoperta di una parte del Novecento. L’artista Silvio Gambini dimenticato dalla critica emerge nel fascinoso contesto dei Magazzini del Sale di Cervia con capolavori inediti rimasti nelle viuzze silenziose di Busto Arsizio.

Il catalogo omonimo alla mostra sarà disponibile nella primavera 2020 assieme ad altri titoli che completano la collana dei capolavori Art Nouveau: cinque volumi dove ciascuno racconta tra foto e testi i 100 esempi della corrente artistica: poster, portali, ferri battuti, vetri e villini.

 

 

SCHEDA DELLA MOSTRA

 

“Espressioni Liberty in ferro battuto.

Mazzucotelli, Gambini e Sommaruga”

CERVIA. Magazzini del Sale. Sala Rubicone
9 – 19 dicembre 2019
ingresso libero

Aperta tutti i giorni dalle 16:00 alle 20:00 e su appuntamento.
www.italialiberty.it | info@italialiberty.it

 

 

Il tentativo di Cervia nell’organizzare una mostra incentrata sul ferro battuto Liberty è quello di porre sotto i riflettori della critica d’arte internazionale il valore di una artigianato quasi scomparso.

 

 

 

 

 

 

 

FOCUS AUTORI:

 

Giuseppe Sommaruga (Milano 11 luglio 1867 – Milano 27 marzo 1917), proveniente da una famiglia di artigiani decoratori, fu allievo di Camillo Boito (1836-1914) all’Accademia di Brera; ma ben presto reagì all’impostazione storicistica del maestro, cui contrappose la ricerca di un’architettura capace di trovare in se stessa, in termini di vitalità organica, le ragioni del proprio stile.
Indiscusso promotore dell’ architettura Liberty milanese tra Otto e Novecento è il caposcuola di una corrente modernista che, assumendo cadenze particolari, determina il caratteristico stile Liberty (o Floreale) italiano.
All’ inizio del secolo era già considerato, con Moretti, la personalità più rappresentativa della giovane generazione di architetti milanesi. Nonostante questo, la letteratura intorno a Sommaruga è assai scarsa, voci più significative sono quelle pubblicate durante la vita o morte dell’architetto: le note di Melani per il palazzo Castiglioni e una monografia scritta da Monneret de Villard che, tuttavia, essendo uscita nel 1908, non poteva ancora dar conto di edifici importanti quali dei Faccanoni. Il 1914 vede un intelligente contributo di Gianni Ulisse Arata, uno dei pochi seguaci di Sommaruga. Dopo la morte di Giuseppe Sommaruga, commentata da due ottimi articoli, uno ancora di G. U. Arata e l’altro di Luigi Angelini, non è stato più realizzato uno studio generale e ricapitolativo sulla sua attività. Nel 1982 è uscito una monografia sulla figura di Sommaruga a cura di E. Bairati e D. Riva. L’editore Laterza sembrava avere in programma una pubblicazione nel 1997 nella sua serie “Gli architetti“: G. Sommaruga. All’oblio ha contribuito la dispersione del materiale autografo dell’architetto, l’ archivio del suo studio non è stato rintracciato. Molto probabilmente è andato disperso come è accaduto per tanti altri architetti della sua epoca.
Non ci sono quindi di lui schizzi, materiali di lavoro originai: scritti che non siano le asciutte relazioni tecniche che talora accompagnano quelli dei suoi progetti che si sono conservati negli archivi pubblici. L’immagine che abbiamo di Giuseppe Sommaruga è un’immagine riflessa, mediata attraverso le sue opere e le testimonianze dell’epoca. Una sua immagine fisica si può vedere nella foto formato tessera dei necrologi o in quella piu’ personale, pubblicata su “Emporium” di Bergamo nel 1917.
Alla fine della sua breve ma intensa carriera Sommaruga era una personalità di spicco nell’ ambiente milanese: socio onorario e consigliere dell’Accademia di Brera, membro della commissione della Veneranda Fabbrica del Duomo, direttore didattico della Scuola di disegno di Canzo, presidente dell’ Associazione degli Architetti Lombardi. Negli ultimi tempi era membro del Consiglio Superiore di Belle Arti e primo presidente della Federazione Nazionale degli Architetti Italiani. Un percorso che significava anche affermazione sociale e di prestigio personale e che si puo’ seguire emblematicamente nelle successioni dei domicili dell’architetto. Da via Marsala 2 dove viveva da studente con i genitori, al trasferimento, dopo i primi successi, in Foro Bonaparte 50, infine alle sedi nel cuore nobile della vecchia Milano: da via Lanzone 31, nel vecchio palazzo di proprieta’ del suocero, a via Unione 5, a via Amedei 11, dove Sommaruga si trasferì nell’ultimo anno della sua vita. Si sa solo (dai necrologi) che aveva una moglie di nome Adelina Volonteri, una figlia Elisa, i fratelli Giovanni e Cesare, il suocero Antonio Volonteri.
Nel 2017 si celebrano i cento anni dalla morte e centocinquanta dalla nascita di Giuseppe Sommaruga.

 

 

ALESSANDRO MAZZUCOTELLI
(1865 – 1938)

 

Artigiano del ferro, è conosciuto soprattutto per i ferri battuti in stile liberty che arricchiscono gli edifici di molti importanti architetti del primo Novecento.

Nacque a Lodi nel 1865. Dato che la famiglia non aveva i mezzi per finanziargli gli studi, M. si trasferì a Milano per lavorare come apprendista fabbro nella bottega Defendente Oriani. La sua vena artistica lo spinse fin da subito a dedicarsi all’aspetto ornamentale del ferro – si definiva “fabbro ornamentalista” – e le sue qualità gli procurarono preziosi contatti con importanti artisti e architetti del suo tempo.

Ispirato dal pittore Giovanni Beltrami, M. iniziò ad avvicinarsi ai motivi ornamentali prediletti dalle avanguardie artistiche; la sua maestria nel trattare i soggetti vegetali e zoomorfi tanto apprezzati all’epoca gli valse fruttuose collaborazioni con gli architetti che in quello stesso periodo sperimentavano lo stile floreale nella realizzazione dei loro edifici. Infatti in questa prima fase, M. era solito ispirarsi direttamente alle forme della natura per le sue creazioni. M. rilevò la bottega dove lavorava nel 1891 cambiandone il nome in Mazzucotelli-Engelmann.

Durante viaggi a Roma e Firenze, M. conobbe alcune personalità di spicco dell’architettura Liberty, tra cui Alfredo Campanini, Ulisse Stacchini, Ernesto Pirovano e Giuseppe Sommaruga. M. realizzò per loro numerosi ferri battuti in perfetta continuità con le scelte stilistiche proposte nei loro edifici.

L’impronta molto personale delle creazioni di M. si risolveva spesso in un valore aggiunto per l’architettura stessa – esemplare il caso dei balconi di Casa Ferrario a Milano. Tuttavia fu proprio la sua esuberanza creativa ad allontanarlo da progettisti come Sommaruga: recenti studi hanno sottolineato come la continuità stilistica tra architettura e ferri battuti di creazioni come Palazzo Castiglioni sia attribuibile solo a una supervisione diretta da parte dell’architetto. Di conseguenza il ruolo di M. nelle creazioni sommarughiane fu piuttosto marginale e limitato ad alcuni dettagli mentre la fluidità dell’articolazione complessiva è da ricondurre all’architetto stesso. Ricevette grandi apprezzamenti in occasione dell’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa moderna di Torino (1902). Lo spessore internazionale dell’evento gli valse numerose nuove commissioni sia in Italia che all’estero. Tra le realizzazioni in Italia si ricordano la Nuova Borsa di Milano (1901-02), villa Ottolini di Busto Arsizio (1903-04) e le ville Fabbro e Antonini di Treviso (1904-05).

Tra il 1903 e il 1904, M. viaggiò in Europa allo scopo di approfondire la sua conoscenza di artisti come Henry Van de Velde e William Morris; l’esperienza all’estero influenzò profondamente lo stile di M., che al ritorno si distaccò dalle fantasie floreali in favore di motivi sempre più astratti. E in questi anni che prese forma per esempio il motivo “a nastro” che caratterizza moltissime delle realizzazioni industriali di M. I ferri battuti per casa Maffei (arch. A. Vandone, Torino, 1906) o il cancello dei Gladioli (Esposizione internazionale del Sempione, Milano, 1906) mostrano chiaramente questa transizione, con motivi vegetali geometrizzati e accostati a linee e disegni completamente astratti.

Dal 1909 M. aprì una nuova sede della ditta in zona Bicocca, a Milano, e da qui prese in carico numerose realizzazioni per i progetti residenziali allora in realizzazione nella città. Nel 1906 si era già occupato dei ferri battuti per casa Campanini (arch. A. Campanini, via Vincenzo Bellini, Milano). Negli anni successivi contribuì ai progetti per villa Faccanoni-Romeo (arch. G. Sommaruga, via Buonarroti, Milano, 1911), casa Tensi (arch. Pirovano, via Vivaio, Milano, 1909), palazzo Berri Mergalli (arch. Arata, via Cappuccini, Milano, 1911). Nella nuova bottega pervennero commissioni anche da Buenos Aires, Città del Messico e Bangkok. Dopo la guerra, col declino dello stile Liberty, vennero meno le collaborazioni con gli architetti ma M., ormai circondato da un’ottima fama e apprezzato a livello nazionale e internazionale, non risentì troppo del cambiamento sebbene da questo momento in avanti lasciò sempre più lavoro ai suoi allievi in bottega. La sua celebrità è esemplificata dalla commissione per alcune delle decorazioni del Vittoriale di Gardone Rivera di Gabriele D’Annunzio (1925).

Da un punto di vista stilistico, i temi storicisti e classicheggianti della seconda metà degli anni Dieci riflettono il mutato clima culturale in Italia e le ascendenti tendenze nazionaliste del paese; negli anni Venti invece, la bottega virò di nuovo verso uno stile grafico con reminescenze Art Decò. M. rimase attivo anche al di fuori della bottega con la fondazione dell’Università delle Arti Decorative (villa Reale, Monza, 1922). Partecipò inoltre a numerose esposizioni nazionali e internazionali tra cui Exposition Universelle et Internationale di Bruxelles (1910), l’Exposition Internationale Des Arts Décoratifs et Industriels Modernes (Parigi, 1925) e la II e III Biennale di Monza (1925 e 1927). Morì a Milano nel 1938.

Testo di Federica Mentasti

 

 

 

SILVIO GAMBINI
(1877 – 1948)

 

Figlio di Luigi, nacque a Teramo da una famiglia di modeste origini il 18 ag. 1877. Studiò dapprima nella sua città natale, dove si diplomò nel 1897 come perito agrimensore presso l’istituto tecnico V. Comi. Stabilitosi in seguito a Busto Arsizio, dal 1899 il G. iniziò a collaborare come disegnatore per l’Ufficio tecnico comunale, dove contribuì alla progettazione dell’acquedotto e del macello civico di via Pepe. A partire dal 1900 entrò a far parte dell’Ufficio per il piano regolatore di Busto come applicato tecnico e contemporaneamente, come assistente dell’architetto C. Crespi Balbi, seguì il cantiere di costruzione della scuola G. Carducci.

Nel frattempo sempre a Busto si dedicò alla realizzazione dei portici del nuovo cimitero e alla progettazione delle edicole funebri per le famiglie Bossi, Milani e Decio. Dal 1901 il G. frequentò lo studio dell’ingegner G. Guazzoni con il quale collaborò fino al 1915 (Bairati – Pacciarotti). Dal 1903 diede inizio a una parallela attività indipendente, costruendo il villino, lo stabilimento di tessitura e la tintoria di A. Castiglioni in via G. Mameli (ora in parte demoliti) e il complesso edilizio della ditta Garavaglia in via M. d’Azeglio nei quali sono evidenti motivi derivanti dalla cultura liberty-secessionista.

Seguì quindi per il G. un’intensa attività professionale con i disegni per il mattatoio di Carmagnola (Torino), del 1903, con il villino Paris a Giulianova, progettato nel 1904 e portato a compimento nel 1918, con la villa Bossi a Fagnano Olona (Varese), con la villa Gagliardi a Sacconago (entrambe del 1905) e con una lunga serie di costruzioni a Busto, culminata nella realizzazione della villa Ferrario in via Palestro, che segnò l’inizio del suo successo e della sua concreta influenza sull’ambiente architettonico cittadino.

Le ragioni di tale successo vanno ricercate in due direzioni distinte ma complementari: nella sostanziale novità della sua vena stilistica, risultato di una mediazione tra Jugendstil ed evidenti riferimenti ad alcuni progetti di E. Basile, L. Paterna Baldizzi e R. D’Aronco, e nell’operosità delle industrie tessili bustesi, le quali avevano determinato l’ascesa di una nuova e ambiziosa classe imprenditoriale, capace di promuovere nei suoi edifici di rappresentanza una rinnovata caratterizzazione estetica.

Sempre nei medesimi anni il G. intrecciò rapporti di collaborazione con il maestro di ferro battuto A. Mazzuccotelli, con il quale realizzò tra gli altri i motivi floreali dell’edificio per la Società elettrica Vizzola, della tintoria Garavaglia, della casa Rena, della cappella Gagliardi nel cimitero di Sacconago e, principalmente, i Molini Marzoli Massari e il “palazzino” di G. Castiglioni in piazza G. Garibaldi ancora a Busto.

Proprio nel progetto eseguito per la residenza di G. Castiglioni, il G. mostrò un’interessante capacità di mediazione dei molteplici elementi che si erano andati agitando nella cultura nazionale, tra cui quelli del linguaggio “mediterraneo” di Basile, e quelli di G. Sommaruga, estrapolati dall’omonimo palazzo in corso Venezia a Milano.

In coincidenza con queste ultime realizzazioni, databili al 1906, il G. iniziò una collaborazione con la scuola dell’Umanitaria di Milano e contemporaneamente avviò un’attiva frequentazione – durata sino al 1908 – dello studio

Sommaruga (Nicoletti, p. 208). Nel corso di questi anni il G. si dedicò alla realizzazione della villa bustese di R. Bossi (demolita), nella quale attraverso rivisitazioni bizantineggianti, diede vita a una nuova sensibilizzazione delle superfici murarie. Nel 1907 realizzò numerose costruzioni a Busto (case Bottigelli e Colombo, albergo dei Tre Re) e in alcuni centri limitrofi come Parapiago (villa Gajo, edifici della Società unione manifatture) o Samarate (villa Guicciardi). Nella successiva villa Avanzini in Busto (1908-09), il G. ribadì, sia pure con minore audacia, alcune coordinate di Sommaruga, ravvisabili sia nella struttura volumetrica che nell’ornato.

Durante questo periodo, il G. ottenne il primo premio all’Esposizione agricola artistica e industriale del 1906 di Oleggio, presentando disegni e fotografie di costruzioni realizzate o in corso di esecuzione, e vinse il concorso bandito nel 1908 per la copertina dell’Artista moderno; nel 1911 fu premiato all’Esposizione di schizzi architettonici nel negozio Rossi di Teramo, per la progettazione dei ferri battuti eseguiti dalla ditta Bertolini e Perrone di Borgosesia. In questi anni, inoltre, collaborò con scritti e disegni a numerose riviste d’arte, tra cui Memorie di un architetto (dal 1904), L’Architettura pratica (1904), L’Artista moderno (dal 1908), La Casa (1909), Per l’arte (dal 1911), L’Architettura italiana (1915).

Del 1909 è la villa Leone a Busto, opera che riassume la sua prima stagione di progettista e apre un nuovo e autonomo sperimentalismo formale dimostrando una particolare attenzione per gli apparati decorativi e per i rapporti dimensionali. Anche nelle numerose case d’abitazione costruite negli anni 1909-12 a Busto il G. mantenne sempre un alto livello qualitativo. Nondimeno interessanti sono anche due sue realizzazioni eseguite presso il Sacro Monte di Varese: il villino Petazzi (del 1909) e la villa di S. Armiraglio (1911-13). In ambedue le realizzazioni, accanto a un impianto stilistico ancora ricco di reminiscenze sommarughiane, si può notare l’estrema cura con la quale è stato mediato il contesto ambientale. Sempre di questo periodo (1909-13) l’opera più significativa dell’attività del G. è la villa Angeletti detta La Palancola, a Firenze (poi demolita). In questo imponente edificio il G. sviluppa movimenti volumetrici tesi a espandersi nello spazio, trattenuti da fasce orizzontali, fregi ed elementi naturalistici eseguiti con una maniacale cura artigiana. Non mancano le citazioni-omaggio sia al Basile (scala d’ingresso) sia al Sommaruga (torretta e terrazzo).

Una revisione critica dei lavori precedenti si può notare dopo il 1913, quando ormai anche le tematiche liberty stavano declinando in tutta Europa: altri riferimenti cominciarono a guidare il G., che iniziò a interessarsi ai modi di progettare di G.U. Arata. Fino allo scoppio della prima guerra mondiale, il G. continuò a progettare e a realizzare opere che testimoniano un recupero del neomedievalismo di diretta influenza aratiana, accompagnato da un decorativismo lineare e asciutto, dove le concessioni al floreale vengono mediate attraverso una stilizzazione già preludio al déco.

Tipici, a tal riguardo, il progetto, non realizzzato, per la palazzina Di Martire a Teramo (1913), ma anche altre numerose opere destinate al territorio bustese: le case Gabardi (1913) e Rabolini (1913) e l’ambizioso progetto per un palazzo degli studi, il quale però si distingue dai precedenti per più evidenti assonanze (quale l’uso dell’ordine gigante) con le idee di U. Stacchini.

Il G. produsse, inoltre tra il 1913 e il 1915, diversi schizzi fantastici sulla scia del futurismo e finalizzati probabilmente a una pubblicazione della sua opera architettonica (Bairati – Pacciarotti). Questo corpus dimostra l’attenzione del G. ai fermenti innovativi europei; in gran parte acquerellati, i disegni, dai titoli molto esplicativi (Visione, Patria, Castello, Padiglione, ecc.), sembrano legarsi in maniera diretta sia alle matrici d’Oltralpe (in modo particolare a J.M. Olbrich e a O. Wagner), sia alle nostrane allegorie futuriste di A. Sant’Elia e agli “storicismi fantastici” di G. Mancini. Nel 1915 il G. progettò la sua casa a Busto (1915-21), dedicandola alla moglie Dircea e al contempo avviò il proprio studio professionale attiguo all’abitazione. Nel suo palazzo al n. 29 di via Mameli il G. realizzò un’opera che fa da tramite fra il periodo liberty e déco, sia per la razionalità dei volumi che per l’uso di ornamenti più sobri e geometrizzanti.

Dopo la parentesi degli anni di guerra il G. progettò lo stadio a Busto (1918-19, demolito), realizzò una serie di monumenti funebri di impronta déco fra cui quello della famiglia Radice nel cimitero locale (1919) e curò la ristrutturazione del teatro Gerolamo a Milano (1919). Al G. si devono anche gli alloggi IACP a Busto, che vennero inaugurati nel 1919. Dopo aver realizzato la villa Boriolo a Celle Ligure (1920-21), opera dai contenuti eclettici, tra il 1919 e il 1922 costruì le ville Masera e Tenconi a Busto, che segnano un’importante conferma delle sue predilezioni déco: a questa tendenza si legano anche altre opere successive, segnatamente l’albergo Pavone (1922-24), i villini Castiglioni (1924), Sommaruga (1924) e Armiraglio (1924).

La scelta della nuova borghesia comasca e varesina di edificare la propria dimora unifamiliare accanto allo stabilimento industriale offrì al G. la possibilità di trasferire alcuni elementi compositivi tipici delle abitazioni anche nei complessi industriali; si ricordano in particolare: le Fonderie Tovaglieri di Busto (1921-26), il complesso Musarra e Meraviglia di Canegrate (1926), la villa, lo stabilimento e le case degli operai della Tessitura Piantanida a Inveruno (1926). Tale processo provocava una ricerca estetica anche per le fabbriche come nel caso delle Officine meccaniche Pensotti (1924) o nella Manifattura Tosi (1926) entrambe di Busto.

Le opere della maturità rispecchiano l’adesione del G. al déco italiano, a questo proposito si ricordano il rifugio “Città di Busto Arsizio” in alta Val Formazza (1923-26), la casa del fascio e il municipio di Canegrate (1927), il campo sportivo e il circolo dell’Unione ancora a Canegrate (1928), la villa Solbiati a Busto (1928-30) e la “chiesetta” nella villa Gasbarrini alla Marina di Giulianova (1929-35). A testimonianza del suo impegno nel campo della progettazione nel 1928 ottenne dal ministro della Pubblica Istruzione la promozione da geometra ad architetto (Bairati – Pacciarotti).

Nel ricco materiale iconografico proveniente dal Fondo Gambini conservato nella Biblioteca civica di Busto Arsizio relativo alla produzione del G. negli anni Trenta, si possono scorgere molteplici riferimenti a G. Muzio e a R. Fagnoni, che spiegano come l’artista, attratto dall’uso dei volumi in quanto forme geometriche, venne eliminando progressivamente le decorazioni. Tra le opere di questi anni che testimoniano tale cambiamento stilistico si annoverano le case bustesi di E. Pensotti (1928) e di C. Piantanida (1928-30), gli studi per lo stabilimento Marcora ancora di Busto (1929-30) e la tomba Pedrazzini del cimitero di Arona (1930).

Un linguaggio assai diverso venne adoperato nel progetto per un edificio polifunzionale per il Lido di Arona (1931), in cui il G. eliminò totalmente la decorazione, tentando un razionalismo elementare proprio delle coeve esperienze italiane.

L’opera successiva del G. è caratterizzata da una sostanziale duttilità: dopo una parentesi novecentista che trova compimento nella controllata libertà inventiva delle case Pellegatta (1931) e Piantanida (1934) a Busto, si assiste a una progressiva perdita di mordente, fatta eccezione per il climax razionalista raggiunto con la casa Sant’Elia a Busto del 1934. Delle numerose opere realizzate dopo il 1931 si ricordano: l’ampliamento della sua abitazione (1936) e il deposito merci Genellina (1938) a Busto, la casetta Colombo a Olgiate Olona (1932), l’albergo S. Antonio a Inveruno (1934), la villa Riva a Favria Canavese (1936) e l’edificio a uffici dell’ACNA (Aziende colori nazionali e affini) di Cesano Maderno (1937-38).

Nell’ultima fase della sua attività si dedicò con sempre maggiore interesse alla progettazione urbanistica: tra il 1933 e il 1934 partecipò insieme con P. Mezzanotte, G. Minoletti, M. Castiglioni e G. Granelli al concorso nazionale per il progetto del piano regolatore di Busto. La proposta del gruppo, denominato “Pentagono”, che vinse il primo premio, si qualificava per l’attenzione posta alla viabilità alla quale si coniugava una ricerca spaziale non priva di soluzioni originali. Il G. poté passare alla fase esecutiva del piano solo nel 1947 con professionisti locali. Sempre nel 1933-34 partecipò con Mezzanotte, Minoletti, Castiglioni e Gnocchi al concorso per il nuovo piano regolatore della città di Gallarate (secondo premio), adottando una soluzione comunque priva di retorica che intendeva dare unità stilistica alla località lombarda. Ancora in quel periodo insieme con Mezzanotte e Minoletti partecipò anche al concorso per il piano regolatore di Como, classificandosi al quinto posto, con una proposta incentrata sul diradamento edilizio dell’area centrale della città.

Fra le sue ultime opere si ricordano il progetto per un monumento ai caduti della libertà di Sacconago (1945), la tomba Menotti Paracchi (1945) e la casa di abitazione di via Luini (1947) a Busto.

Il G. morì nella sua casa di Busto Arsizio il 17 ott. 1948.

 

Testo di Giuseppe Bonaccorso